All’Old Trafford, sfida Amarcord di “Diavoli” divisi tra famiglia e hedge fund

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Ogni mattina la radio locale Key 103 FM quando annuncia le previsioni meteo, chiama Manchester “la migliore città del mondo”. Per l’11 marzo, che ha in programma la sfida Amarcord di Europa League tra Manchester United e Milan, le previsioni erano pessime: è stata diramata pure un’allerta meteo. Sciabolate di pioggia gelida e una temperatura percepita di un grado hanno accolto il ritorno dei Rossoneri all’Old Trafford, come ricorda anche la rivista distribuita all’ingresso. Il tipico clima delle Midlands avrebbe salutato il ritorno della celebrità Zlatan Ibrahimovic, che appena la settimana scorsa è stato paparazzato in costume, la schiena tatuata a bordo del suo yacht, ormeggiato a Sanremo, per il Festival. Ma il campione svedese non è nemmeno tra i convocati. E proprio le assenze, da Ibra al suo contraltare Paul Pogba, sono il grande protagonista di un match dal blasone nobile ma decaduto: due club lontani dai loro fasti. Quelli di Arrigo Sacchi e Fabio Capello per gli italiani, che hanno portato sette Coppe dei Campioni in bacheca; quelli del baronetto Sir Alex Ferguson per gli inglesi, e i loro 20 anni di dominio sulla Premier League.

Amarcord

L’hashtag degli ottavi di quella che un tempo era la Coppa Uefa, rilanciato sui social media dal Milan, è #ClashofDevils, scontro tra diavoli: i Red Devils di Manchester contro i Diavoli di San Siro. Il rischio, però, che sia solo uno scontro di ricordi è altissimo. L’Old Trafford è una immensa e gustosa madeleine: il Teathre of Dreams, il Teatro dei Sogni evoca dolcissimi ricordi per gli italiani. Qui, quasi venti anni fa, nel 2003, il Milan alzò la sua sesta Coppa dei Campioni, vincendo ai rigori contro la Juventus: Andrij Shevchenko che batte Gianluigi Buffon è entrata nella storia dello sport. Erano gli anni del calcio italiano sul tetto d’Europa, dove due club della Serie A si disputavano il massimo trofeo europeo dentro all’Old Trafford, il più bello dei palcoscenici. Erano gli anni del mitologico Milan dell’era Silvio Berlusconi. Oggi l’Italia del pallone è lo specchio fedele del declino del paese: da oltre dieci anni mancano trofei internazionali. E gli incroci del destino dei due club tra oggi e ieri, hanno fatto di questi ottavi di finale una partita perfetta per la nostalgia. Alla fine, ha meritato di più il Milan, con due gol annullati e un pareggio acciuffato all’ultimo minuto, dopo essere finito sotto per uno spettacolare colpo di testa del giovane Amada Diallo, l’ex Atalanta venduto per 40 milioni di euro.

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La semifinale del 2007

Grigia e insalubre città industriale, esplosa economicamente a fine del ‘700 grazie al primo cotonificio aperto da Richard Arkwright, Manchester è un posto magico per i milanisti; nell’800, sotto era un inferno tanto che lo scrittore americano Mark Twain, con la sua tagliente ironia, si augurava di passare la vecchiaia nella città inglese perché così “il passaggio alla morte sarebbe stato impercettibile”. Nella storia del Milan, è invece il paradiso: l’ultima volta che i rossoneri hanno varcato la soglia del tempio mondiale del calcio è stato nel 2007, semifinale di andata della Champions League. C‘erano 75mila spettatori sugli spalti dell’Old Trafford: una montagna umana che fischiava ogni tocco dei rossoneri ed esplodeva in boati assordanti a ogni giocata del club di casa. La sera del’11 maro 2021, undicesima sfida tra United e Milan, non c’è nessuno dentro alla gigantesca arena: nell’epoca del Covid, si gioca in spettrali stadi vuoti che fanno sembrare anche la finale di Champions League la partitella di calcetto. Il Milan del 2007, guidato da Carlo Ancelotti, uscì sconfitto dalla trasferta: ma giocò una partita memorabile, con Kakà che segnò due gol spettacolari. A San Siro, i diavoli fecero l’impresa e la vittoria contro lo United aprì al Milan la strada della finale di Atene, contro un’altra squadra inglese, il Liverpool. E’ stata l’ultima coppa vinta dal club italiano. Da lì in poi una lunga traversata nel deserto, con l’unica eccezione dello scudetto nel 2011.

Gli incroci del destino

Il Milan dell’ultima volta a Manchester era un Dream Team: oltre a un talentuoso Kakà in attacco, in difesa aveva ancora la storica colonna Paolo Maldini. A centrocampo dettavano i tempi Rino Gattuso, oggi allenatore del Napoli senza troppa fortuna; e Andrea Pirlo, oggi debuttante e traballante allenatore della Juventus reduce dall’ennesima disastrosa eliminazione dalla Champions League. Contro, i rossoneri avevano Rooney, ma soprattutto c’era un giovane portoghese chiamato Cristiano Ronaldo, già fortissimo ma non ancora il fenomeno del Real Madrid, che dieci anni sarebbe approdato approdato, in quello che sembra un opaco finale di carriera, proprio a quella Juve che qui perse una delle sue innumerevoli finali e che oggi nemmeno ci arriva più in finale. L’ex Mister “Carletto” è a pochi chilometri: allena l’Everton, l’altro club di Liverpool, che dista appena 30 minuti. C’era chi pensava che sarebbe andato a vedere la sua ex squadra e a studiare i suoi rivali in Premier League. Ma non l’ha fatto.

Due modelli di business

“Ronaldo contro Kakà: il massimo del calcio mondiale” commentò Sandro Piccinini durante la telecronaca della semifinale del 2007, dai microfoni di Sky. Ronaldo e Kakà sono finiti altrove e Manchester e Milan si sfidano in Europa League, la sorella povera della Champions. Ma dopo anni di declino, un’altra coincidenza lega i due club: entrambi sono secondi nei rispettivi campionati. Il Milan è stato pure Campione d’Inverno e ora è stato superato dall’Inter, grazie a quel Romelo Lukaku proveniente proprio dallo United, ma nonostante la battuta d’arresto, per la prima vota da tempo immemore, si gioca lo Scudetto: è la sua migliore annata. Lo stesso accade per il club di Paul Pogba, che non scenderà in campo. Lo United insegue a 14 punti l’irraggiungibile City: non c’è lotta scudetto ma tra campionato e coppe è il miglior posizionamento degli ultimi tempi. Milan e Manchester accomunati anche dalle formazioni: entrambe con la Squadra B, senza i loro “pezzi forti”. L’attacco inglese è affidato a Greenwood supportato da Bruno Fernandes e Martial. Pure il Milan è in assetto d’emergenza, senza Ibra nè Theo Hernandez e neppure il neo-acquisto Mario Mandzukic. Anche dalle formazioni, rimaneggiate e senza i campioni, Manchester United contro Milan è più un Amarcord che uno scontro tra Titani mondiali del calcio: la dea Eupalla oggi frequenta l’altra parte di Manchester, l’Etihad Stadium, e Monaco di Baviera. Dietro le tante analogie della Storia, i due “Diavoli” del calcio sono oggi agli antipodi nella proprietà: da una parte la tradizione; dall’altra i fondi di private equity, metà speculatori metà investitori finanziari. Lo United è in mano alla dinastia americana dei Glazer, una delle poche famiglie, assieme agli Agnelli, ancora rimaste patron di club di calcio in Europa, una sorta di “fossili” nell’era degli emiri e della turbofinanza. Finita la lunga e vincente era della Fininvest, il Milan è diventato un “asset” nel portafoglio di Elliot, fondo del finanziere americano Paul Singer, azionista anche di Tim, lo sponsor della Serie A. Il mondo della finanza è partito alla conquista del calcio. Al triplice fischio dell’arbitro, il futuro del pallone, quello industriale e quello sportivo, è più a Milano che a Manchester.



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