«Ankara resta una potenza e i suoi droni sono micidiali»- Corriere.it

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«Usando la tecnologia dei droni che gli consente di sorvegliare, colpire, proteggere, in un’area vastissima che va dalla Libia alla Somalia, passando per Siria, Ucraina e il Nagorno-Karabakh, teatro del conflitto tra Azerbajian e Armenia, Recep Tayyip Erdogan ha ormai ambizioni da potenza regionale», ha spiegato lo storico americano Francis Fukuyama. «E questi droni poco costosi e senza piloti che rischiano la vita, capaci di distruggere molti mezzi blindati, possono cambiare radicalmente la concezione strategica della guerra di terra così come l’introduzione delle portaerei mise fine all’era delle flotte con al loro centro le corazzate: potenti ma vulnerabili».


Qualche settimana fa, a margine di un incontro a Stanford, nella sua università, per un’intervista su Biden e le incognite del dopo Trump (pubblicata allora sul Corriere) Fukuyama si era soffermato proprio sul ruolo geostrategico della Turchia. E aveva indicato nei droni, da lui studiati fin dal 2010 (prima per hobby, poi per la loro importanza militare) una novità davvero rivoluzionaria.

Fukuyama, che evidentemente dispone di fonti militari, illustra la potenza di questi velivoli micidiali con un esempio: nel conflitto del Nagorno-Karabakh i robot volanti turchi hanno distrutto 200 carri armati, 182 pezzi d’artiglieria e 90 autoblindo. Ora, racconta ancora lo storico, la Turchia sta vendendo i suoi droni (costruiti in casa dopo che Israele ha smesso di vendergli i suoi) anche all’Ucraina che vuole usarli contro i ribelli filorussi.

Ieri il presidente americano Joe Biden ha incontrato Erdogan a margine del vertice Nato di Bruxelles. La Turchia è finita nel mirino di Washington soprattutto per lo scarso rispetto dei diritti umani e per l’acquisto di batterie di missili russi S-400. Durissima la reazione Usa, e non solo per l’apertura di un alleato atlantico verso Mosca: il timore è che l’intelligenza artificiale con capacità predittive dei sistema di guida di questi missili sofisticati venga usata dai russi per carpire i segreti dell’F-35, il caccia «invisibile» più avanzato costruito dagli americani. Timori alimentati dal fatto che la manutenzione degli S-400 turchi è fatta da tecnici russi. Washington ha così escluso Ankara dal programma F-35.

Erdogan, che si è esposto troppo all’estero mentre all’interno è in difficoltà per l’impatto economico della pandemia, ha bisogno degli investimenti Usa e quindi cerca di ricucire i rapporti con la Casa Bianca. Voleva riconquistare la fiducia di Biden anche con l’offerta di mantenere a Kabul un contingente di soldati turchi (musulmani) dopo il ritiro degli Usa e dei suoi alleati, per presidiare e garantire il funzionamento dell’aeroporto della capitale. In secondo luogo sembrava che Erdogan fosse disposto a smontare il sistema missilistico trasferendolo in depositi sorvegliati.

In realtà pare che le concessioni di Erdogan sui missili siano assai più limitate, mentre i talebani sarebbero contrari alla permanenza di un pur limitato contingente turco, anche se composto da soldati musulmani. Ottimismo di facciata dopo il vertice.

Unica certezza: la tecnologia è sempre più determinante ovunque. Cyberwar, con la capacità di paralizzare con interventi via web anche le grandi reti di servizio, elaborazione di big data, uso di droni sempre più sofisticati per sorveglianza e attacco.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

14 giugno 2021 (modifica il 14 giugno 2021 | 22:35)

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