Basta con i soliti frutti. La varietà delle specie ci salva dall’estinzione

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Non possiamo più indugiare, proteggiamo la biodiversità. Il mondo vive se vive la biodiversità. Ancora prima di essere uno slogan, un’espressione della politica o della cultura, la biodiversità è però rappresentazione di ciò che quotidianamente ci circonda.

La biodiversità che oggi celebriamo, è infatti l’insieme di diversi e apparentemente non relazionati organismi – dall’impercettibile plancton che galleggia negli oceani, nutrimento per l’imponente squalo balena, passando per le distese di fiori di campo sopra cui volano gli impollinatori, fino ad arrivare alle varietà di uva da cui si ottiene il vino che allieta le nostre tavole – che sostengono la rete della vita dell’intero pianeta. Qualcosa di profondamente tangibile, ma di cui si aveva poca consapevolezza fino a quando, insieme a cambiamento climatico e inquinamento, ha iniziato a essere una costante ogni qualvolta si parli del benessere della nostra Terra. Basta scorrere tra le pagine dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, della Strategia Ue sulla biodiversità per il 2030, o del rapporto della Fao sullo stato della biodiversità mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura, per constatare che documenti molto diversi per assetto, motivazione e obiettivi, riportino più volte una simile constatazione: se vogliamo assicurare la prosecuzione della nostra specie, dobbiamo smettere di costruire un mondo dove la povertà genetica è il tratto distintivo del nostro esistere.

Attualmente la biodiversità sta diminuendo a un ritmo da 100 a mille volte più elevato rispetto al tasso di estinzione fisiologico. In meno di un secolo, la fauna selvatica si è ridotta del 60 per cento, mentre delle 8.803 razze animali allevate solo tre (cioè lo 0.03%), sono quelle che provvedono alla maggior parte del nostro fabbisogno: la frisona bovina, la large white suina e la ovaiola avicola. Anche la produzione agricola si è orientata su un numero esiguo di specie e all’interno di queste ha selezionato poche varietà di patate, mais, riso e grano, che forniscono il 60 per cento delle calorie necessarie alla popolazione mondiale. Dulcis in fundo, circa i tre quarti della superficie terrestre ha subito profondi cambiamenti che hanno costretto la natura a occupare uno spazio sempre più ristretto. Se questa è la realtà dei fatti, non deve sorprendere quindi sia ritornata in uso un’espressione come “estinzione di massa”, comunemente associata ai libri di storia e ai dinosauri. Questa volta, però, responsabile della tragedia è l’attività umana che sfrutta in maniera irrazionale le risorse naturali, altera gli equilibri naturali degli ecosistemi ed emette quantità enormi di gas serra. Persino l’agricoltura – ormai soggetta al paradigma capitalista – sembra essersi scordata che è proprio di biodiversità che si nutre, e che in un mondo in continua evoluzione, è necessario coltivare tante varietà perché non possiamo sapere quali meglio si adatteranno alle condizioni future.

Dopo trent’anni di lavoro per la sua salvaguardia con Slow Food (sul sito www.slowfood.it molto materiale per chi vuol approfondire e il nuovo position paper), mi sento però di dire che, nonostante lo scenario apocalittico appena descritto, se passiamo urgentemente dalle parole ai fatti, abbiamo ancora una speranza. In un mondo come il nostro dove tutto è interdipendente, se le crisi sono legate, lo sono anche le soluzioni. La biodiversità, infatti, se non alterata, permette al nostro sistema di superare shock ambientali, cambiamenti climatici, pandemie. Fornisce servizi ecosistemici essenziali, come l’impollinazione e la fertilità del suolo. Consente di produrre cibo con minore impatto sulle risorse (acqua, suolo) e con meno richiesta di input esterni (fertilizzanti, antibiotici). Tutto dipende dalla nostra volontà di scegliere se vogliamo continuare a essere padroni sconsiderati della terra oppure diventarne amministratori responsabili.

Inoltre, nell’essere parte della soluzione, così come ribadisce anche il tema scelto dalle Nazioni Unite per la giornata mondiale della biodiversità di quest’anno, oltre che identificarci come suoi alleati, dobbiamo anche riconoscerci solidali nei confronti della diversità umana e culturale. Perché, per affrontare con decisione le questioni della salvaguardia della biodiversità è indispensabile farci carico anche di quelle della disuguaglianza sociale ed economica, che paradossalmente colpisce soprattutto i custodi della biodiversità (agricoltori, allevatori, pescatori, indigeni), che da sempre vivono in armonia con la Terra.

Solo avendo cura di questa complessa rete, e badando di non trascurare nemmeno uno solo dei sui nodi, bensì scoprendoli, allargandoli, animandoli e curandoli, noi tutti – singoli individui, comunità, imprese, istituzioni – potremo contribuire a gettare le fondamenta per un futuro migliore. Iniziamo oggi. La biodiversità è la nostra assicurazione sulla vita, ed è importante ricordarlo.
 



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