Cile, un voto storico. Si elegge la Costituente per riscrivere la Carta

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Una maratona di due giorni per tre elezioni differenti, una delle quali storiche visto che riguarda il rinnovo dell’Assemblea Costituente. Il Cile è chiamato alle urne per le elezioni municipali, le regionali con la scelta dei governatori e infine per i 155 seggi dell’Assemblea costituente, voluta sulla scia delle imponenti proteste di piazza scoppiate nel 2019 per il rincaro del costo del biglietto della metropolitana e diventate il grido per un cambiamento profondo del Paese. L’Assemblea sarà chiamata a riscrivere la Carta, che risale ai tempi di Pinochet. Una sfida organizzativa oltre che politica, perché il Paese – che conta 18 milioni di abitanti ed è guidato dal presidente Sebastián Piñera (nella foto) è ancora alle prese con la pandemia di Covid-19 che richiede misure sanitarie ad hoc per la consultazione.

Oltre alla scelta dei costituenti, l’altra novità importante di questa maxi-tornata è l’elezione diretta da parte dei cittadini dei governatori delle 16 regioni amministrative: sarà la prima volta dal ritorno del Cile ad un sistema democratico. Da allora, a capo delle regioni c’è stato un intendente, nominato dal presidente di ogni regione, quindi con un’autonomia molto limitata. La grande battaglia per la poltrona riguarderà in particolare la Regione Metropolitana, dove si trova la capitale Santiago, in cui risiedono più di 8 milioni di abitanti. Per quanto riguarda, invece, le elezioni municipali, i cileni saranno chiamati ad assegnare le poltrone di sindaci e consiglieri in 346 comuni e quelle di governatori in 16 regioni, affidandoli un mandato di 4 anni. I partiti di destra che compongono la coalizione di governo «Chile Vamos» si recheranno alle elezioni insieme in un’unica lista, mentre l’opposizione di sinistra non è riuscita a mettersi d’accordo e si presenta frammentata in più liste. C’è anche una grande presenza di candidati indipendenti (avvocati, pensionati, sindacalisti, femministe o accademiche) una prova «inoppugnabile» -secondo gli esperti- di disaffezione nei confronti dei politici. Del resto a più di un anno dallo scoppio delle proteste, nessun partito è riuscito a capitalizzare i disordini sociali, nemmeno i giovani parlamentari emersi dalle massicce proteste del 2011.



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