Da Mahmood alla hit estiva di Fedez, le recensioni dei dischi in uscita

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AGI – Settimana che propone una gran varietà di nuove uscite, dalla complessità del nuovo disco di Mahmood alla semplicità, che sfiora l’inesistenza, del nuovo disco di Baby K. Fedez e Achille Lauro si mettono in mezzo Orietta Berti e confezionano un pezzo molto divertente, Gianni Morandi canta Jovanotti con risultati incerti, Nek ci propone la sua hit estiva e Fred De Palma ci spiega il reggeaton, anche se nessuno aveva posto la domanda. Miglior pezzo della settimana, di gran lunga, quello di GODOT., di un’altra classe, un’altra categoria.

Mahmood – “Ghettolimpo”

Oriente, Occidente, ogni genere di tempo, passato, presente e futuro, remoto, anteriore, inventato dall’uomo, la vittoria, la sconfitta, il perdersi, il ritrovarsi, la semplicità del pop, la complicatezza del rifiutarsi, a ben ragione, di essere incasellato all’ombra di un genere specifico, una specifica categoria di artista. Mahmood non è quello di “Soldi” e non è nemmeno il contrario, è strumento, perfettamente accordato, di se stesso, del proprio bisogno espressivo, aiutato nel fiorire da Dardust; racconta tutto, lo spiattella in versione tartare, ci concede ogni singolo spigolo di se stesso, come se non potesse proprio farne a meno, caratteristica che fa di un artista un artista.

“Ghettolimpo” è un ottimo disco, Mahmood capriola mille volte su stesso, sulla propria storia, sul proprio stile, come un mago che fa ogni gioco a rallentatore, con la volontà di farci capire il trucco, un irrefrenabile desiderio di onestà, ma ci stupisce lo stesso, arrivando la magia, sospettiamo, da ciò che è ancor prima che da ciò che fa. Bravissimo.

Fedez feat. Achille Lauro e Orietta Berti – “Mille”

Ok, c’erano Fedez, Achille Lauro e Orietta Berti. No, non è l’inizio di una barzelletta, è proprio quello che è successo, è proprio quello che è capace di sfornare la discografia di oggi, che tra due superstar de noantri come Fedez e Lauro, piazza l’Oriettona nazionale, utilizzata, sperando di sbagliarci, a mo’ di icona, quasi come fosse, diciamocelo tra noi, a bassa voce, un po’ una presa per i fondelli, del tipo “Siamo talmente rokkenrol che tra noi ci mettiamo in mezzo Orietta Berti e la facciamo diventare la più figa di tutte”.

Se non fosse però che Orietta Berti, in quanto a figaggine e rock ‘n’ roll, è davvero vent’anni avanti e a ragazzini come Fedez e Lauro fa pelo e contropelo. Detto ciò, il pezzo, nonostante non sfugga l’intento commerciale, funziona che è una bomba, indiscutibilmente, anche se la parte più nerd della nostra anima nel leggere quanto appena scritto prova ad evadere dal nostro corpo come il mostro di “Alien”.

È divertente, costruito alla perfezione, con mestiere, fresco senza però puntare sui classici e noiosissimi temi stagionali, forse una delle cose migliori fatte da Fedez nella sua carriera, sicuramente tra le cose migliori confezionate da Achille Lauro nella sua carriera…per quel che riguarda Orietta Berti invece, be, giusto un altro venerdì; plasma sulla propria personalità chiunque gli orbiti intorno, mito vero.

Gianni Morandi – “L’allegria”

Immaginate Gianni Morandi che canta una versione più sciolta e tematicamente aggiornata di “Salvami” di Jovanotti. Ecco, la storia della musica è piena di brani che un artista regala ad un altro artista, mica c’è niente di male, anzi, ma bisogna saperli scegliere con saggezza; Morandi voleva cantare un pezzo di Jovanotti, gliel’ha proprio chiesto, lo scrive su Instagram, Jovanotti ha accettato e gli ha dato uno pezzo jovanottiano, estremamente jovanottiano, talmente jovanottiano che perfino Jovanotti non pubblica più pezzi così jovanottiani.

Un’impronta sul brano così marcata che nemmeno Rick Rubin, qui in veste di produttore, è riuscito a cancellare. L’effetto è questo, può piacere o non piacere, a noi personalmente non esalta, anzi fa piuttosto venir da ridere che due professionisti di tale calibro come Jovanotti e Morandi, siano andati fino a Malibù, negli studi di Rubin, e una volta ascoltato il risultato non si siano minimamente preoccupati di questo aspetto della questione. La canzone è caruccia, ok, come le sa ben costruire Jovanotti, ma sentirla cantare da Morandi produce proprio questo effetto distopico che non ci permette di godercela.

Nek – “Un’estate normale”

 Anche Nek ci prova con la hit estiva, ci flirta come un mestierante latin lover, deviando anche un po’ sul tema e gridando alla voglia di un’estate normale, che ovviamente normale non lo può essere dopo questa triste manciata di mesi passati tra quarantene e coprifuochi. Brano leggero, forse troppo, se lo porta via un alito di vento, ben concepito ma dimenticabilissimo. Consideriamolo il modo di Nek di augurarci una buona estate, apprezzato, grazie, anche a te e famiglia. A presto.

Baby K – “Donna sulla luna”

 “Dove può arrivare una donna partendo dalla luna?” si chiede Baby K nell’intro parlato che propone all’inizio del suo disco; giusto dall’ombrellone al bagnasciuga ci verrebbe da dire ascoltandolo, ma fortunatamente sappiamo che non è così, che non tutte le artiste donne sono interessate a collezionare hit su hit su hit su hit, ce ne sono molte, sempre di più ultimamente e questo fa bene alla nostra musica, che invece si approcciano all’arte con tutt’altra modalità discografica.

Il singolo che trainerà il disco si intitola “Mohicani”, cantato in duetto con i Boomdabash, scritto (tra gli altri) da Mogol Junior e Federica Abbate e prodotto da Takagi&Ketra, cioè una specie di associazione a delinquere musicale pronta a far esplodere la nostra estate; un progetto insomma, una roba studiata a tavolino dove dentro ci vanno messi tutti gli ingredienti per produrre un pastrocchio leggero e insapore, buono per accompagnare cocktail scadenti e fettone di anguria. Niente di più.

Tutto l’album in realtà non è altro che una sequela affannosa di hit, più o meno tutte uguali, senza che venga affrontato di petto, con profondità, alcun argomento. Intendiamoci, non è che l’orecchiabilità, la capacità di produrre musica accessibilissima a tutti, sia per forza di cose un difetto, la consideriamo invece una scelta ben precisa, facile, che però mette una data di scadenza al brano, anche piuttosto breve, e non solo per l’inevitabile disattenzione del pubblico, ma soprattutto perché non si può pretendere di colmare un vuoto con un altro vuoto, e la musica questo dovrebbe fare: completarci, tradurre parte della nostra intimità, anche in maniera allegra e spensierata eh, ma conservare sempre un’anima, altrimenti non è arte ma un prodottino da vendere alle radio.

Qui, appunto, parliamo di canzoni talmente leggere che ti levi di dosso in un secondo come t-shirt che non capisci nemmeno come hai avuto l’ardire di voler provare prima di uscire, che qualunque ascoltatore rimpiazzerà nella propria testa non più tardi di una settimana dopo, quando uscirà fuori un altro disco, di un altro collezionista di tormentoni. Quello che vogliamo dire è che sarebbe più sensato concentrarsi nel fare la propria musica, trovare il proprio stile, a prescindere se vada incontro o meno a ciò che il pubblico, sempre più voglioso di nulla, vorrebbe ascoltare.

Baby K viene presentata come rapper, ma in un momento storico in cui il largo pubblico ha scoperto, per dire, Madame, vogliamo davvero continuare a chiamarla rapper? Così non si resta, cara amica Baby K, così ci si compra giusto la macchina, che è una gran cosa eh…bisogna solo capire cosa si desidera dalla vita e dal proprio mestiere, se si fa questo per una necessità artistica vera, l’impossibilità a trattenere nell’anima un’angoscia, un dubbio, un’emozione o solo per trovare una collocazione in vista in questa società arraffona e sgarbata. In questo disco ogni singola parola e nota sono superficiali, non resta alcunché, speriamo almeno che la macchina sia comoda, sicura e particolarmente figa, altrimenti abbiamo tutti perso tempo.

Fred De Palma – “Pà la cultura”

 Manifesto non richiesto del reggeaton all’italiana. Brano inascoltabile, un po’ come tutto il cliccatissimo repertorio di De Palma, il rapper illuminato sulla via del reggaeton, che a quanto pare, gli hanno spiegato in Colombia, si fa “Pa la cultura”, questo il mood del brano. Ma ci dev’essere stato un increscioso misunderstanding, forse intendevano “Por el bien de la cultura, por favor, deja de cantar”.

Avincola feat. Giorgieness – “Limone”

 Due artisti giovani e centrati, anche molto diversi tra loro, che però incrociano il loro linguaggio in questo divertentissimo e ben fatto brano. Dentro ci troviamo la giggioneria di Avincola e l’erotismo ipnotico di Giorgieness, il brano è fresco e godibile, di quelli che vorresti ascoltare su una decappottabile di scarsa fattura, che straborda di ombrelloni e canotti già gonfiati a forma di fenicottero, in rotta verso il mare.

Young Signorino – “Bacio alla vodka”

Finchè Young Signorino proponeva robaccia del tutto assurda allora gli piovevano addosso ascolti, oggi che prova (e ci riesce) a produrre musica più sentita, più onesta, più seria, non va oltre le poche migliaia di click. Questo perché siamo un popolo di ascoltatori usa e getta, più intrigati dal fenomeno da baraccone, bambini che buttano via il giocattolo nuovo dopo un quarto d’ora, famelici di intrattenimento, preferibilmente a buon mercato. Young Signorino, pur non essendo Mozart, ha dato una svolta alla propria esistenza artistica, senza rinunciare a quell’immagine, quel mood, da ragazzaccio, che in realtà non è. Bravo. 

Tauro Boys feat. Machweo – “Colori”

Proposta di trap vagamente cantautorale, i Tauro Boys son bravi assai, non stupisce che un passo in quella direzione, più o meno per la prima volta, sia fatto da loro.

Pier Cortese – “Te lo ricordi”

Quanto è piacevole ascoltare Pier Cortese, uno dei pochi effettivi narratori in questa musica italiana fatta di mordi e fuggi. L’impegno nel voler raccontare qualcosa, la capacità di farlo con una poetica sempre più singolare, sempre più sbrilluccicante, lo vorremmo avere davanti per stringergli calorosamente la mano, perché è bravo e perché è coraggioso.

Boriani – “F10”

Boriani ci riporta alle radici dell’indie, metafore spicciole per sentimenti profondi, un modo di coinvolgere che ha rivoluzionato il cantautorato italiano ancora imbambolato da poetiche stantie. La scoordinazione con la quale Boriani costruisce e porta a compimento i suoi pezzi è senza dubbio affascinante, forse già un po’ agée, ne abbiamo già ingollata in abbondanza di roba di questo tipo negli ultimi 7/8 anni, però funziona, e bene, ed è piacevole, e certamente chiunque conservi ricordi erotici ambientati su un F10 Malaguti che desiderava con tale avidità, si riconoscerà e gli scapperà perfino una lacrimuccia. Noi no, ma questo non è un problema credo.

GODOT. feat. Mani – “I sogni degli altri”

 Brano etereo, magnifico, un viaggio tra i nostri sentimenti, talmente profondo da sembrare interstellare, anche se moderno, tangibile, una traduzione in musica di quell’energia che circola per le nostre strade, che ci unisce e divide, ma che comunque rappresenta la nostra anima. GODOT. fa questo e lo fa immergendoci in una Milano che diventa non luogo di poesia complessa e desideri, o sogni, che ci spingono fuori di casa, regolano il nostro metabolismo sociale, e in qualche modo ci esauriscono, ci consumano, e ci rendono ciò che siamo.



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