È la coscienza del calcio. Peccato sia spesso sporca

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Il calcio ha scoperto il senso della vita. Lo ha compreso nel momento della paura. E adesso cerca di fuggire da quello stato d’ansia che l’ha preso al minuto quarantadue di una partita normale che improvvisamente è diventata la partita di Eriksen con la vita

e di tutti quelli che non si fermano al pallone, al gol, alla parata spettacolare.

È il fischio d’inizio di un’altra sfida che non ha avversari definiti, chiari, manifesti ma trappole occulte, sabbie mobili nelle quali tutti possiamo cadere. Mille parole e mille riti per esorcizzare quel momento, le immagini, lo strazio,

le lacrime eppoi la speranza e la luce della rinascita. Il calcio esibisce la sua coscienza che spesso è sporca, sciatta di mercanti e profittatori. Eriksen

diventa un simbolo di solidarietà e comunanza, il football sta vivendo di genuflessioni e di preghiere al cielo, Christian sarà operato, Christian non

potrà giocare in Italia ma l’unica notizia vera è che Christian è vivo, Christian sorride e parla, vuole ricominciare almeno a vivere perché oggi sopravvive. Ieri sera altra cerimonia di affetto, la maglia numero dieci, il minuto, al decimo,

di sosta, come fu pausa improvvisa quella del suo cuore ferito, il resto fa parte della recita, puntuale da sempre e per sempre, perché lo sport deve continuare, lo spettacolo non si può fermare anche se riesce maledettamente difficile pensare che tutto sia come prima e che in fondo il peggio sia passato. Fingiamo che sia così, nascondiamo la paura e, in contemporanea,

sbirciamo gli attimi della tragedia, i momenti della sofferenza, una strana e mascherata shadenfreude, il piacere che la sfortuna sia capitata ad altri ma noi ne siamo osservatori a distanza. Christian

Eriksen non ricorda quell’attimo che gli è sfuggito, noi lo ricordiamo benissimo, lo terremo nascosto in un cassetto, pronto a usarlo per lavarci la coscienza.



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