Gaza e #Israele ci ricordano cosa sono “coprifuoco” e “guerra”

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Per più di un anno, la “guerra” è stata quella contro il coronavirus. Implacabile, mediaticamente martellante, capace di piegare sistemi economici e sanitari e in grado di distruggere la vita delle persone. La descrizione della sfida alla pandemia è stata in larga parte posta sotto un piano bellico. Gli ospedali sono diventate trincee. Il coprifuoco è diventato sinonimo di regola per desistere dal caos della vita e non per evitare un bombardamento. I vaccini come “arma finale”. E le potenze che sconfiggono il virus sono diventate esse stesse potenze vincitrici di un conflitto, in grado di ripartire e conquistare posizioni di forza.

Tra le potenze di questa guerra c’è anche Israele. Che però ieri, dopo molti mesi, ha riscoperto tragicamente che la guerra non è solo quella al virus ma anche quella combattuta con missili, razzi, droni e terrore nelle strade. Quando gli israeliani sembravano essere tornati a riappropriarsi della propria esistenza, tra vaccinazioni a gonfie vele e sistemi di monitoraggio dell’epidemia, la pioggia di razzi caduta su Tel Aviv, Holon e Askhelon, gli scontri a Gerusalemme Est, il sangue per le strade dello Stato ebraico e in quelle della città di Gaza hanno ricordato a tutti quanti che c’è un conflitto (vero) che va avanti da decenni. La popolazione israeliana, araba ed ebraica, e quella palestinese, hanno riscoperto che il coprifuoco non è più una tecnica per evitare la movida, ma è il terrore di essere colpiti nel cuore della notte. Le persone in strada sono tornate a chiudersi in casa, ma non lo fanno per non incontrare gli altri, quanto perché il suono delle sirene ricorda, in modo orrendo, che la morte sta letteralmente cadendo dal cielo. Non c’è una guerra giusta contro un nemico invisibile: c’è una guerra tra due popoli. Il nemico non unisce più, ma divide. Gli alleati non sono aziende farmaceutiche o governi amici, ma altre potenze e fazioni armate. Non c’è un’arma che salva vite, ma solo un’arma che uccide qualcun altro.

Certo, la retorica aiuta. Ci sarà sempre un nemico: perché unisce più di qualunque altra cosa. Servirà sempre un avversario per compattare un Paese o un’alleanza. Ma forse quando per mesi abbiamo parlato di “guerra”, di coprifuoco, di “armi” e di “trincee”, avremmo dovuto farlo con un po’ più di rispetto e di attenzione. Perché rischia di far credere al mondo che evitare un cocktail in un bar sia uguale a correre a casa sotto il suono delle sirene o che il sangue innocente su una strada sia uguale a mettersi una mascherina. La sofferenza del coronavirus l’abbiamo conosciuta, purtroppo, tutti. Il virus ha mietuto migliaia di vittime, ha fatto soffrire milioni di persone, ha leso la libertà di tanti e devastato la nostra economia. Ora però Gaza e Tel Aviv ci lanciano un sonoro e metaforico getto di acqua ghiacciata: non è una guerra quella fatta indossando una mascherina o lavandosi le mani, ma quella combattuta sui campi di battaglia. La nostra è una sfida che va vinta, ma la retorica bellica, forse, a questo punto della pandemia e dopo più di un anno di “emergenza”, è meglio abbadonarla.





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