«Il capo del personale di Eni assente al patto sul depistaggio»- Corriere.it

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Il «patto della Rinascente» tra il capo del personale Eni Claudio Granata e l’imputato-accusatore Vincenzo Armanna, finalizzato a «comprare» la ritrattazione di Armanna nel processo Eni-Nigeria, non ci sarebbe mai stato. Almeno non nella sceneggiatura narrata da Armanna e confermata dall’ex avvocato esterno Eni Piero Amara (nonché dal suo collaboratore Giuseppe Calafiore). E la Procura di Milano almeno da fine 2020 lo avrebbe saputo, ma non comunicato al Tribunale che poi ha emesso la sentenza (assoluzione di tutti gli imputati tra i quali Eni e l’amministratore delegato Claudio Descalzi) il 17 marzo 2021.

Le ipotesi

Tra gli atti per i quali la Procura di Brescia sta infatti valutando l’ipotesi di reato di «rifiuto d’atti d’ufficio», a carico dei due pm milanesi (il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro) titolari del processo sulle tangenti Eni in Nigeria, non ci sono soltanto i sopravvenuti elementi di indagine del pm Paolo Storari che già a fine 2020 potevano far pensare che Isaac Eke (il supposto 007 nigeriano “Victor”) fosse stato lusingato da Armanna con la prospettiva di 50.000 dollari per venire a deporre in Tribunale a Milano a riscontro delle accuse a Eni di Armanna. O che un altro teste, l’uomo d’affari nigeriano Mattew Tonlagha della società Fenog, fosse stato «indottrinato» sempre da Armanna sulle risposte da dare nel 2019 in Nigeria al procuratore aggiunto Laura Pedio in una rogatoria internazionale della Procura in un fascicolo collegato. Ci sono invece anche alcuni accertamenti – svolti dal pm Storari e dalla GdF milanese – che tra fine 2020 e inizio 2021 avrebbero messo al corrente i colleghi del processo Eni-Nigeria, il procuratore Francesco Greco, e la vice Laura Pedio contitolare con Storari dell’indagine preliminare tuttora in corso sul «complotto Eni» per inquinare il processo, della materiale implausibilità di due capisaldi delle dichiarazioni di Armanna a proposito del tentativo di Eni (tramite il n.3 Eni Granata nell’interesse dell’amministratore delegato Descalzi) di far ritrattare ad Armanna le iniziali accuse mosse nel 2014 al cane a sei zampe: due incontri (una cena nel 2014 all’Hotel Jumeirah a Roma, e soprattutto la passeggiata nel 2016 appunto fuori dalla Rinascente di piazza Fiume a Roma) nei quali Granata – a dire di Armanna e Amara – aveva promesso ad Armanna la riassunzione in Eni o comunque profittevoli lavori alla società Fenog di Tonlagha (di cui Armanna era consulente) in cambio del fatto che Armanna recepisse in una propria memoria ai magistrati alcuni punti, consegnatigli a mano da Granata proprio durante la passeggiata fuori dalla Rinascente, per «aggiustare» in chiave pro-Eni e pro-Descalzi le iniziali dichiarazioni rese nel processo Eni Nigeria contro Eni e Descalzi.



Gli interrogatori

Dai tre recenti interrogatori di Storari (uno a Roma e due a Brescia), e dalle audizioni bresciane sia di ufficiali Gdf sia di Granata, pare infatti di comprendere che i pm bresciani abbiano ora in mano gli stessi elementi con i quali Storari aveva provato a mettere in allarme i colleghi. Nel caso della cena all’hotel Jumeirah di Roma, la sera del 21 novembre 2014, la prova dell’assenza di Granata al tavolo dei commensali non verrebbe peraltro dal dall’accertamento ripetibile di quella copia forense del cellulare di Armanna sulla cui utilizzabilità procedurale (essendo invece ancora in corso l’accertamenti irripetibile) il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale il 5 marzo 2021 (poco prima della sentenza) espresse forti dubbi al procuratore Greco, ma da un’altra fonte investigativa assai curiosa: curiosa perché, paradossalmente, sarebbe il semplice riascolto (disposto nel 2020 da Storari) di vecchie intercettazioni che i pm del processo Eni-Nigeria avevano effettuato nel 2014, ri-messe in fila e ri-lette assieme ad altri elementi già agli atti.

Il «patto»

Nel caso invece del «patto della Rinascente» — che Armanna e Amara (pur interrogati molte volte negli anni precedenti) rivelarono per la prima volta solo nell’aprile 2019 alla trasmissione tv «Report», e poi dopo l’estate ai magistrati pur dicendosi non in grado di collocare con certezza la data —, l’indagine di Storari lo avrebbe circoscritto a un periodo tra la fine di aprile e la metà maggio 2016, e poi avrebbe escluso la presenza di Granata, uno per uno, in tutti i giorni possibili nell’orario pomeridiano indicato dai dichiaranti. Escluso come? Mettendo insieme le modalità di entrata e uscita dalla sede Eni di San Donato a Milano, gli archivi dei badge, le registrazioni delle chiamate a impronta digitale dell’ascensore cosiddetto «presidenziale» nella sede Eni di piazza Mattei a Roma (dove restava traccia per forza delle entrate ma non necessariamente delle uscite), l’incrocio tra le agende lavorative e la verifica dell’effettivo svolgimento poi delle riunioni da esse attestate, il riepilogo dei collegamenti svolti in videoconferenza, la misurazione dei tempi di percorrenza tra la sede Eni e la Rinascente di piazza Fiume, i tabellini della cooperativa di taxi su cui viaggiava Granata, tabulati telefonici, telepass. È ben possibile (e anche comprensibile, vista la loro maggiore conoscenza del processo rispetto a Storari) che De Pasquale e Spadaro, come Greco e Pedio, potessero mantenere qualche dubbio su una ipotetica finestra temporale a loro parere non del tutto sbarrata dagli accertamenti di Storari: ma il punto critico resta la decisione di non offrire comunque questi elementi (magari assieme alle controargomentazioni che la Procura avesse ritenuto di evidenziare) alla valutazione del Tribunale e delle difese del processo Eni-Nigeria, dove sul «patto della Rinascente» Armanna – definito in requisitoria dai pm come l’autore di «dichiarazioni pacificamente vere» — aveva deposto il 22 luglio 2019 in uno dei tre giorni di esame dei pm. Sull’intera vicenda processuale Eni-Nigeria, intanto, ieri il Ministro della Giustizia, Marta Cartabia, ha «avviato un’inchiesta amministrativa dopo la diffusione di notizie in merito all’iscrizione nel registro degli indagati di due pm della Procura di Milano, e alla luce del deposito delle motivazioni della sentenza del Tribunale». Il ministro «ha chiesto all’ispettorato di svolgere accertamenti preliminari, al fine di una corretta ricostruzione dei fatti, attraverso l’acquisizione degli atti necessari».

15 giugno 2021 (modifica il 15 giugno 2021 | 23:26)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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