La ricetta socialista spagnola. Esercito e rimpatri con l’ok Ue

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Erano duemila, sono diventati quattromila e, poi, cinquemila. Ieri, le autorità spagnole parlavano di ottemila migranti che nelle ultime ventiquattr’ore hanno attraversato a nuoto il confine che divide l’Africa dall’enclave spagnola di Ceuta, partendo dalla spiaggia marocchina di Belyounech, a Nord del territorio controllato da Madrid. I migranti provengono per lo più dai Paesi della fascia subsahariana, ma ci sono anche molti marocchini. Solitamente, di notte, aggrappandosi a camere d’aria di pneumatici di camion e a qualsiasi cosa galleggi, nuotano tra le onde per circa un chilometro, eludendo la Guardia Marina e raggiungono Ceuta. Quando non annegano.

Non si era mai vista un’ondata simile di disperati, con molti minori e donne che hanno rischiato la vita, in un tratto di forti correnti marine. Davanti all’emergenza, il premier Pedro Sánchez, atteso a Parigi per il vertice che decide i finanziamenti di supporto alle economie africane (la carità pelosa verso le ex colonie africane sfruttate per decenni da Francia e Spagna), ha annullato il viaggio e ha ordinato all’esercito stanziato a Ceuta di militarizzare il litorale a Nord dell’enclave per arginare l’emorragia di clandestini. Da ieri quattro blindati stanno presidiando la costa. Militari e Guardia Civil hanno fermato e preso in custodia centinaia di migranti giunti a riva privi di forze. Si parla di un morto, ma si teme un numero maggiore inghiottito dal mare.

Ancora una volta la Spagna ha usato il pugno di ferro. Se, infatti, il premier socialista, da un lato, ha autorizzato un finanziamento di 40 milioni di euro per aiutare le autorità marocchine a bloccare il flusso di uomini che attraversa il Sahara, dall’altro, fregandosene delle politiche d’accoglienza predicate da Bruxelles, Madrid continua a usare la forza per bloccare la fuga dei disperati africani. Quasi 4mila degli 8mila giunti a nuoto dal Marocco, sono stati già riportati con la forza dalla Guardia Civil oltre la frontiera, in quella miserabile terra di mezzo, abitata da trafficanti di uomini e di droga, in mezzo a montagne di spazzatura e baracche fatiscenti, dove i clandestini attendono, anche per mesi, il momento propizio per entrare a Ceuta, imbarcarsi di nascosto sulle navi commerciali e raggiungere la Spagna.

L’inedito flusso via mare di clandestini sembra un dispetto del governo marocchino, dopo settimane di rapporti tesissimi tra Rabat e Madrid per la questione di Brahim Ghali. Infatti, il capo del fronte separatista Polisario, che rivendica la scissione del Sahara occidentale e che è ritenuto un terrorista dal Marocco ed è ricercato dalla giustizia spagnola, è attualmente ricoverato in un ospedale di Saragozza sotto il controllo delle autorità iberiche che vogliono processarlo a Madrid.

«La Spagna difenderà i confini di Ceuta e Melilla in qualsiasi circostanza», ha dichiarato Sánchez che vale un «No pasarán!». Nessuno deve attraversare il confine, con l’ok dell’Unione europea, che invece non manca mai di bacchettare l’Italia su qualsiasi sbavatura della nostra politica d’accoglienza. «La cosa più importante è che il Marocco continui a impegnarsi per prevenire partenze irregolari e che coloro che non hanno il diritto di soggiorno vengano rimpatriati in modo ordinato ed efficace – dice la commissaria agli Affari interni, Ylva Johansson – I confini spagnoli sono confini europei».

In Spagna i respingimenti sono stati sdoganati non dal centrodestra, ma dal socialista Zapatero che ha sempre usato il bastone contro i sans papier. Nell’autunno del 2005 oltre mille subsahariani assaltarono la recinzione dell’enclave di Ceuta e Melilla. La Guardi Civil usò proiettili di gomma sui disperati che si arrampicavano sugli otto metri di recinzione. A decine caddero riportando traumi cranici e ossa rotte. Per Madrid i morti ufficiali furono sette, ma secondo Amnesty International, morirono in trenta. Bruxelles fece finta di indagare e la Spagna insabbiò tutto.



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