L’India chiude il caso dei Marò. Le mogli: “Carne da macello”

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Era ovvio che pagando le accuse sarebbero cadute, ma ci sono voluti nove lunghissimi anni affinché i due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone intravedessero la luce del sole nella vicenda che li riguarda.

Ieri il quotidiano The Hindu ha infatti pubblicato la notizia secondo cui la Corte Suprema indiana avrebbe ordinato la chiusura di tutti i procedimenti giudiziari nel Paese a carico dei due marò dopo che l’Italia ha versato 1,1 milioni di euro alle famiglie dei defunti. Una sorta di ammissione di colpevolezza, nonostante la praticamente comprovata innocenza dei due militari. Un’agonia che si trascina dal 2012 e che si porta dietro una serie di errori, più o meno voluti, da parte di più governi, ma soprattutto l’incapacità politica di numerosi ministri (e dei loro consiglieri) che si sono succeduti e che hanno dimostrato che l’Italia in certi casi conta veramente come il due di picche.

Ieri il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha cantato vittoria: «Grazie a chi ha lavorato con costanza al caso, grazie al nostro infaticabile corpo diplomatico. Si mette definitivamente un punto a questa lunga vicenda».

Ma un punto è tutt’altro che messo, visto che nelle prossime settimane sarà la Procura di Roma ad ascoltare i due militari. Piazzale Clodio ha infatti aperto nove anni fa un procedimento, attualmente affidato al procuratore Erminio Amelio. Il fatto è che dopo la decisione dello scorso anno del tribunale internazionale dell’Aja, che ha stabilito che la giurisdizione fosse italiana, si dovrà dimostrare che i due siano davvero innocenti. Quasi un’assurdità se si considera che alcune perizie hanno dato negli anni la prova inconfutabile della non colpevolezza dei due fucilieri. Basti ricordare che l’orario del passaggio della Enrica Lexie dal punto in cui furono presumibilmente uccisi i due pescatori Ajeesh Pink e Valentine Jelastine e rimase ferito l’armatore del peschereccio, Freddy Bosco, non coincide con quello dell’evento. E si rammenterà anche come molte delle prove furono fatte sparire dagli indiani.

Lo sgomento per la lunga odissea sta nelle parole, dure e incisive, della moglie di Massimiliano Latorre, Paola Moschetti: «Da nove anni sono costretta a parlare a nome di mio marito. A lui è stato fatto esplicito divieto di parlare, pena pesanti sanzioni. Non può nemmeno partecipare a qualsiasi manifestazione pubblica. È vincolato al segreto. È ora di chiedersi perché le autorità militari vogliono mantenere il segreto su ciò che sa e vuol dire. Quello che so – prosegue la donna – è che per la politica italiana siamo stati carne da macello. Presto Massimiliano si presenterà alla procura di Roma».

Latorre è difeso dall’avvocato Fabio Anselmo, quello del caso Cucchi, per capirsi. «A Massimiliano è stata sempre negata la possibilità di dire la sua verità – spiega il legale – e la sua versione dei fatti, ma a breve Massimiliano potrà essere sentito dai pm della Procura di Roma, nei confronti della quale abbiamo la massima fiducia, e lì non ci sarà nessun segreto militare che tenga».

Vania Girone, moglie di Salvatore, si auspica «una rapida risoluzione per la conclusione definitiva del caso in Italia. Abbiamo appreso ufficiosamente la notizia – prosegue – finalmente si è concluso un caso che si sarebbe dovuto concludere in nove giorni, ma ci sono voluti più di nove anni. Aspettiamo di ricevere notizie ufficiali per conoscere nei dettagli gli esiti della sentenza ancora oscuri».



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