Maurizio Milani: “Io, collezionista di auto d’epoca solo per ridere”

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Maurizio Milani ha già nel nome di battesimo un’altra vita accanto a sé. I 60 anni infatti li ha appena compiuti come Carlo Barcellesi, la sua vera identità anagrafica. Maurizio è il comico, lo scrittore, il giornalista per il Foglio, innamorato fisso, grande obeso, falso già da piccolo, bugiardo e vagabondo. Carlo è il contadino, il cercatore di funghi, il figlio unico, l’ortolano solitario se non solo, il cuore buono.

Gli domando prima di tutto come riesca ancora a fare ridere spedendo fax (proprio così!) da Codogno, dove la Morte è cominciata, trasformando questo paese nel Mondo. “Qualcuno pensa che il far ridere sia anch’esso una malattia, ma perché? Al limite è cretinismo, per dirlo con Lombroso. Fai un mestiere, ti capita la disgrazia di andare in guerra, quando torni, se torni, lo ricominci perché è il solo che conosci”.

Mai desiderato di rinascere serio?
“Sì. Sa però che non ho mai capito se certi comici sono seri sul serio o se lo fanno apposta. Io, per esempio, negli spettacoli dico di avere la scapola alata, ma il fatto non sussiste. Certo, sappiamo essere tristi come le maschere dei clown”.

Quali ferite le ha provocato la pandemia di Covid 19?
“La lascio immaginare. Ho perso molti amici, forse un centinaio di conoscenti. L’intero cimitero di Codogno. Ho avuto paura, mi confortavo: mi dicevo, mettiamo che lo becchi, non è detto che finisci proprio in rianimazione, magari ti curi a casa o ti fanno guarire all’ospedale senza intubarti”.

Crede in Dio?
“Certo, come ci credevano mamma e papà”.

Ha pregato in questi mesi?
“Prego da sempre. Sono molto devoto a santa Rita, a san Giovanni Bosco e alla nostra santa Francesca Cabrini che aprì proprio qui a Codogno il suo primo convento. È stato un anno crudele, ma non penso di essere cambiato, continuo ad andare a fare il bagno al Nure, il torrente più bello dell’Appennino”.

Nessuna voglia di fuggire, di lasciarsi tutto alle spalle?
“Prima del Covid Codogno era conosciuto per le sue industrie lattiero casearie, la piazza, il campanile in pietra e la fiera agricola. Stop. Ci abito da quando sono nato, nel 1961. Ho una casa mia con un cortile bellissimo che rischia di crollare, i mobili anni ’70 e ’80. Tranne il televisore ultrapiatto è rimasto tutto come quando c’erano mia madre e mio padre, la comprarono prima delle nozze, è stata pignorata più volte e sempre riscattata all’asta. La mia famiglia è stata composta per 40 anni da marito, moglie e figlio unico, poi sono rimasti padre e figlio unico, ora solo il figlio unico. Dove vuole che vada? Sono un accumulatore seriale di cose e di vita e qui dentro c’è tanto spazio: tre piani, due balconi, 210 metri quadrati”.

Che cosa le hanno insegnato i suoi genitori?
“La fede e l’amore per il prossimo. Mia madre non voleva che andassi a fare il cretino in tv, mio padre invece stava dalla mia parte perché da giovane si era iscritto a un concorso canoro radiofonico”.

Maurizio Milani con la sua collezione di modellini di auto d’epoca 


Come andò a finire?
“Il giorno in cui doveva presentarsi mia nonna gli nascose le scarpe e lui non andò al provino. In quegli anni la maggior parte delle persone semplici aveva un solo paio di scarpe buone e uno di ciabatte. Avrebbe potuto presentarsi con queste, ma allora gli autori non avevano il senso dell’umorismo. Gli rimase sempre quel rimpianto addosso”.

Lei scrive una lettera d’amore al giorno. Eppure non ha trovato moglie.
“Sono andato vicino al matrimonio con una bellissima romagnola di Forlì nel 1994. Ero pronto, lei non ha voluto. Da allora fine. Diciamo la verità: nessuna mi piglia. Scappano, anche per i ragionamenti da deficiente che faccio”.

È stato il destino di Maurizio Milani, ma che lavoro farebbe invece oggi Carlo Barcellesi?
“Operaio idraulico che va ad aprire e chiudere gli sbarramenti sul Po e sull’Adda. Mi sono diplomato all’Istituto tecnico agrario in sei anni perché bocciato in seconda. Sono uscito con 38 su 60 nell’estate del 1981, ero un grande asino segnalato più volte al provveditorato agli studi di Milano nella lista degli studenti con cui è inutile perdere tempo, tanto non capiscono nemmeno dove sono. Così mi sono fatto raccomandare dal sindaco di Vercelli di allora per entrare in tv. Serviva un sindaco di una città con almeno centomila abitanti, poi lui decadeva ma tu eri già nell’ambiente”.

Ha raggiunto la carriera che desiderava?
“Mi manca un campo da tennis in terra battuta e ho nostalgia della caserma Piave di Fossano dove ho fatto la naja. Ci stavo bene e non mi rendevo conto di nulla”.

Qual è la sua più grande ricchezza?
“Il discreto patrimonio che mi hanno lasciato i miei, altrimenti oggi sarei ospite al dormitorio milanese Enzo Jannacci di viale Ortles 56. L’unico tesoro personale è costituito dalla collezione di modellini di auto. La mia passione”.

A quando risale esattamente?
“Ero un ragazzino, trascorrevo ore da imbambolato nel negozio di modellismo che a Milano sta in una traversa accanto a palazzo di giustizia. Finché il titolare si spazientiva e mi diceva: allora giovane! Ci decidiamo o stiamo qui a cantare la canzone di carnevale? E io: sì! Mi dia la Fiat 600 multipla, già taxi di Milano, quella con le portiere controvento. Lui: Bene! Ottima scelta, 130 mila lire. Io: un attimo che vado al bancomat. Uscivo e non mi facevo più vedere per educazione e rispetto verso la città”.

Quante auto possiede?
“Oltre 200. Mi piacciono i taxi delle varie epoche, anche africani. Solo macchinine a ruote coperte. La curiosità mi è venuta andando ai raduni delle auto storiche dagli anni Sessanta in poi, passavo spesso all’Aci di corso Venezia per comprare le cassette vhs delle gare di lunga durata come le 24 ore di Le Mans”.

Quali sono i pezzi a cui è più affezionato?
“La prima macchina della collezione, regalatami da uno zio, una Giulietta dei carabinieri in servizio radiomobile. La Lamborghini Murcielago che era in dotazione alla polstrada di Modena, una Ferrari F40 e la Citroën Pallas Ds, lo squalo. Ci gioco ancora adesso, lancio i modellini in cortile, a volte si infilano sotto il cancello e escono in strada, gentilmente mi scuso con i passanti. Quasi tutti sanno che sono scemo”.

Le scambia, ne vende qualcuna?
“No, mai fatto. Tutte assieme possono valere 15 o 16 mila euro, penso di tenerle fino a quando non dovrò utilizzare le mensole per metterci le medicine. Sto diventando vecchio e malandato. Andavo per mercati, un tempo. Fino ai 25 anni facevo su anche soldatini, i miei preferiti erano gli incursori del Col Moschin. Ho un amico che invece colleziona macinacaffé, recentemente ha fatto persino una mostra alla pro loco di Codogno, giura che l’oggetto tira un casino”.

C’è un modellino che ancora insegue?
“La ruspa che ha buttato giù le ville dei Casamonica. Tiratura limitata della Mattel, anno 2019, su Ebay ha un prezzo da quadro dei fratelli Zangrossi. Ma, vede, non mi sono mai posto traguardi nella vita, altrimenti non sarei qui ad aspettare la telefonata del navigator che mi propone solo posti in qualche conceria”.

Che cosa la diverte?
“Leggere Pirandello, Aldo Busi e Wilbur Smith, rivedere la tv di Ciprì e Maresco, ricordare le battute di Bracardi, Walter Valdi, Paolo Rossi, Cochi e Renato, Bebo Storti e Jannacci, il numero uno”.

C’è una definizione che sente calzarla a pennello?
“Me la diede il mio amico e collega Antonio Cornacchione, ci eravamo appena conosciuti allo Zelig. Disse: che comico strano!”.

 



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