Ndrangheta: la Dda chiude l’indagine sui rampolli delle cosche che terrorizzavano la movida di Reggio Calabria

Spread the love


Per anni, grazie all’omertà di chi ha visto e taciuto, hanno spadroneggiato nei locali di Reggio Calabria. Ma adesso sono finite le scorribande dei “Teganini”, il gruppo di rampolli dei clan di Archi, roccaforte dell’élite della ‘ndrangheta cittadina, che per anni hanno terrorizzato la movida.  

Grazie alla denuncia di un imprenditore – l’unico a rompere la cappa di silenzio ed omertà che ha sempre protetto la banda – in sette sono finiti sotto inchiesta per di estorsione, resistenza a pubblico ufficiale e favoreggiamento, tutti reati aggravati dalle modalità mafiose. Perché – emerge dal provvedimento firmato dal pm Sara Amerio all’esito delle indagini della Squadra Mobile – è ostentando sangue, casato e pedigree mafioso che si sono presi le notti e i locali della città. Anzi, gli sono stati concessi.  

Tavoli sempre disponibili nei privé, drink gratis se non magnum di vodka o champagne ben fredde e omaggio della casa, file al bancone che si aprivano come il Mar Rosso al loro passaggio, serate che finivano solo quando loro lo decidevano. Per tutta un’estate po, i con risse e raid hanno chiarito che i locali erano roba loro. Eppure tutti, inclusi titolari e gestori dei locali in cui imponevano la propria presenza, dimenticavano rapidamente nomi e facce. Tranne uno.  

Un momento della rissa nel locale dell’imprenditore a Reggio Calabria 

Nel settembre 2018 prò, i “giovanotti” del clan Tegano si presentano al Vesper, noto locale del centro cittadino. Soliti metodi, solito gergo. Quando al bancone non gli vengono concessi né sconti, né omaggi, parte la solita litania. “Tu ti devi muovere, quando veniamo noi devi prepararci da bere e stare zitto. E se chiedi lo scontrino sei un pazzo” hanno detto al titolare. Forse credendo di intimidire anche loro, hanno sfidato persino i due agenti fuori servizio che quella sera erano lì e quando hanno visto la scena, si sono avvicinati chiedendo loro di identificarsi. “Voi non sapete cu su i cristiani (con chi state parlando)” è stata la risposta del gruppetto, con tanto di minacce esplicite. “Tanto poi ci rivediamo”. 

E i Teganini li hanno effettivamente rivisti i poliziotti della Mobile. Nei giorni scorsi, gli agenti hanno citofonato casa di tutti quanti –  Angelo Tegano, Antonio Cangemi, Antonio Domenico Drommi, Domenico Monorchio, Manuel Monorchio e Davide Vizzari – per la notifica dell’avviso di conclusione indagini. Al capo del gruppo, Mico Tegano, l’avviso è invece arrivato nel carcere di Ancona, dove sconta una pena ad 11 anni e 9 mesi come capo di una rete di società di scommesse on line che ha permesso al clan di riciclare milioni.  

Mico, Giovanni e gli altri

Biondino, occhiali da bravo ragazzo e ferocia degna del suo casato, ben prima del suo arresto per gli investigatori era dotato di un carisma criminale “fuori dal comune che, nonostante la sua giovane età gli garantisce il massimo rispetto sia da parte dei suoi fiancheggiatori, che dai soggetti estranei alla propria organizzazione”. Tesi confermata anche da Fabio Lanzafame, uno dei grandi “broker” del mondo delle scommesse, divenuto chiacchierone e collaborativo dopo essere stato pizzicato. “Me l’hanno sempre descritto come un personaggio di spicco, un boss, uno che comandava la famiglia Tegano, ‘adesso comanda lui, c’è lui ehm..dalla parte di Reggio in giù’, questo è quello che mi hanno sempre descritto, uno molto pericoloso, aggressivo sì, rissoso proprio”. 

In realtà il “regno” di Mico Tegano è stato di breve durata. Quando nuovi e vecchi reggenti hanno riempito i vuoti provocati da arresti e processi ha fatto in fretta a tornare in riga e a cercare spazio e protezione sotto l’ala di questo o di quello. Ma sulla strada – e questo era forse uno dei principali motivi di discredito fra i capi dei clan che contano davvero – ha continuato a ostentare sangue, casato e potere. Ed ha finito per farsi notare. Troppo. Stessa cosa, il fratellino Giovanni.  

Un tempo capitano e capocannoniere dell’Archi calcio – società qualche anno fa dimezzata dai Daspo e che impegnava un servizio d’ordine della polizia degno di un derby di serie B quando andava in trasferta – qualche anno fa anche lui faceva parte della banda. Con amici e cugini, in nome del pedigree mafioso, ha spadroneggiato per lungo tempo nei loca fin quando non ha consumato tutte le sue lacrime sui sedili posteriori della pantera della Mobile che lo scortava in Questura, dopo la notifica di custodia cautelare domiciliare per un’altra scorribanda del gruppo. A favor di telecamera, Giovannino aveva piantato le chiavi dell’auto nel collo di un avventore “reo” di avergli fatto notare l’assai maldestra manovra con cui si era “presentato” quella sera al bar. E poi giù con calci e pugni per fargli “imparare la lezione”. “Non sai chi sono io? Sono Giovanni Tegano”, la solita litania di presentazione. Lo hanno scoperto, grazie alla stampa, anche gli investigatori. Gestore, avventori e persino la vittima avevano invece  “dimenticato” l’episodio.  

Le amnesie degli imprenditori

Un’amnesia collettiva che sembra aver colpito chiunque abbia visto i Teganini in azione. Incluso Carmelo Crucitti, adesso anche lui indagato,  titolare dei più noti locali notturni, ristoranti e chioschi del centro di Reggio Calabria, nell’estate del 2018 – dice in camera caritatis chi era presente – pubblicamente umiliato con un paio di schiaffi a centro pista, seguiti da una vera e propria devastazione del locale. Mai denunciata come tale, ovviamente. E solo parzialmente ammessa quando il pm Sara Amerio lo ha chiamato per lumi e dettagli. Sugli autori invece ha rivendicato un curioso “diritto all’omertà”.  

“Non le dirò mai chi è stato. Non mi metta in queste condizioni, perché io devo lavorare e se le faccio i nomi mi mettete in una brutta situazione. Io devo proteggere la mia famiglia. Io li conosco tutti, ma i nomi non glieli faccio io” dice pavido al pm, mentre propone “io vi metto nelle condizioni di accertare quello che volete, potete prendere le immagini di videosorveglianza” però, sottolinea, “io non mi metto a rendere dichiarazioni”. Sfoglia distrattamente l’album fotografico e si limita a dire “sono ragazzi che frequentano i locali”, anzi “ragazzacci”. Poi si ricorda di farsi consigliare da un legale e in coda al verbale fa aggiungere che quella sera “sono entrati dei balordi, hanno spaccato tutto, è durato un minuto. Forse c’è stato un ferito. Nel frattempo i ragazzi sono scappati”, sì uno dei dipendenti è stato ferito “ma un pochettino”, lui in ogni caso non ha visto nulla perché “ero in cucina”, tuttavia è certo che “questi ragazzi non li conosco, non so neanche se siano reggini”.  Su quella galleria di facce dell’album fotografico si ricorda invece di puntualizzare che “conosco le persone che mi avete fatto vedere nell’album, perché frequentano il locale. Chiedono al barman di farsi fare dei cocktails ed il barman glieli fa, senza bisogno di usare un fare minaccioso. Sarà capitato di aver regalato a qualcuno di questi ragazzi di avere regalato qualche consumazione”. 

In realtà, “i ragazzi”  o quanto meno alcuni – ha rivelato l’inchiesta Malefix – il noto imprenditore reggino li conosce anche in un’altra veste. Perché sono loro – racconta intercettato Totò Libri – gli sgraditi quanto assidui ospiti del suo hotel Lungomare, dove pretendono stanze, che lasciano distrutte e con il conto da saldare. “Lo sai che chiude… ah , questo ti volevo dire martedì chiude l’hotel Carmelo, ieri glielo, ieri dopo che se sono andati qualche dieci arcoti …(inc.)…spazzatura, martedì chiude l’albergo…e ha detto quando vengono e mi dicono vado e li denuncio a tutti” racconta, intercettato, in una delle sue invettive Totò Libri.  

Da lui, Carmelo Crucitti si presenta mesto in occasione delle festività natalizie di qualche anno fa. Ha scoperto che il consueto “pensiero” per le grandi famiglie di ‘Ndrangheta della città è stato interamente trattenuto dai De Stefano e vuole rimediare. “Ha preso – racconta intercettato Totò Libri – e lui stesso è venuto un’altra volta e mi ha detto Carmelo: ‘toh, visto che non ti è arrivato niente'”. Una “cortesia” da diecimila euro – emerge dall’inchiesta –  che non lo ha salvato dagli schiaffoni – gli ennesimi – che proprio Libri avrebbe commissionato a un gruppetto dei suoi a mo’ di lezione per i De Stefano, che di Crucitti si sono sempre sentiti gli unici “mentori” e in quell’estate pretendevano l’esclusiva sulla movida cittadina. Ne è venuto fuori un periodo di tensioni tali da far temere l’esplodere di un nuovo conflitto. Ma Crucitti, come tanti altri imprenditori della città, è sempre rimasto nel più assoluto silenzio. 



Source link

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *