Obiettivo raggiunto, tregua a breve

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Secondo una logica che può rovesciarsi a ogni minuto per qualche evento drammatico (e ne accadono) vedremo – ma lo diciamo con cautela – un cessate il fuoco nei prossimi due o tre giorni: avverrà senza una foto della vittoria da nessuna parte, con una sconfitta non ammessa da parte di Hamas, e solo quando Israele potrà garantire un sostanziale periodo di pace. Un cessate il fuoco, con conseguente tregua ideologica.

Tutti ci domandiamo in queste ore quando questo scontro con Hamas e quello sulla sua scia si interromperà. Nessuno spera finisca per sempre: la chiamata alle armi islamista contro il popolo ebraico è cominciata da settantanni, quando tornava a casa da un esilio forzato e rovinoso, popolo indigeno irriconosciuto. Questo ne è un capitolo. Questo cessate il fuoco non risponderà a domande ideologiche, né alle pressioni internazionali. Si avrà quando Israele potrà promettere ai suoi cittadini, alle famiglie del sud tormentato ogni giorno ma anche a quelle di Gerusalemme e di Tel Aviv, che non dovranno più strappare dal letto i bambini e correre nel rifugio, che le loro case non saranno distrutte, che sarà possibile andare al lavoro. Questo è l’obiettivo, tutto il resto sono sciocchezze, il dominio delle Moschee, la pulizia etnica, l’apartheid. Ma nella verità dei fatti, si tratta di togliere a Hamas la possibilità di aggredire Israele, e i fatti non escludono una rapida conclusione.

In queste ore Hamas starebbe cercando mediazioni segrete tramite l’Egitto e il Qatar per concludere uno scontro che tuttavia aveva preparato molto a lungo e che ha lanciato solo quando ha intravisto una vera possibilità incendiaria, ma che, a questo nono giorno di guerra, si può dire non gli vada a segno. Se guardiamo alla prima sconfitta di Hamas, oltre al crollo degli edifici che contengono arsenali e addetti, essa consiste in Kipat Barzel, il sistema di difesa antimissile di Israele, che difende dai lanci per il 90 per cento; Hamas ha studiato tutti i modi per superarlo, ma il sistema resta sicurissimo, come l’ampia rete di bunker domestici.

In secondo luogo, Hamas è rimasta annichilita dalla distruzione dall’aria di 15 chilometri di quella che viene detta la «metro», ovvero la rete di gallerie sotterranee, la sua vera ricchezza strategica, destinata a contenere armi, officine, uomini, ingegneri e a garantire l’uscita degli attacchi terroristici, scopo strategico di Hamas. È la strada di uscita verso Israele che ora non esiste più in gran parte. Non solo leader e tecnici, tesori nascosti e strutture di cemento da milioni di dollari sono stati cancellati, ma il segnale che i servizi segreti israeliani hanno le idee chiare su dove colpire fa capire che la struttura in cui si è investita gran parte dei 25 milioni di dollari al mese che versa il Qatar a Gaza, e dove si nascondono in parte le armi iraniane, è tutta sotto tiro e molto più fragile del previsto. Al terzo punto, l’eliminazione di numerosi alti ufficiali sia di Hamas che della Jihad islamica è fondamentale, e Israele li persegue ovunque si nascondano. Hamas dispone di una vastissima rete di guerra santa, dagli arabi israeliani alla Giordania da cui anche ieri hanno cercato di penetrare alcuni terroristi, al Libano (da cui Hezbollah ha già tentato almeno una irruzione) alla Siria (da cui si spara) e soprattutto alla Autorità Palestinese. Il rischio maggiore è il popolo di Abu Mazen, mentre il mondo arabo israeliano ha aperto una discussione in cui si vede che si rende ben conto che la sua appartenenza a Israele è anche un vantaggio storico fondamentale. Infatti oggi è stato proclamato da Fatah, nella speranza di recuperare consenso in un mondo ormai dominato da Hamas, uno sciopero generale. Questo può indurre grandi violenze e attacchi terroristici: fino ad ora la tecnica non ha funzionato. Non è un caso che l’area mediorientale abbia nei mesi scorsi costruito quei Patti d’Abramo che hanno tanto infuriato i palestinesi, e che però non hanno bloccato il processo. Una tregua esiste, non tutto è infuocato: l’altra, deve ancora venire.



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