Poche gioie in azzurro ma flessioni… sul tavolo

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Quando il bianco e il nero della sua vita volgeva sull’azzurro – tenebra aggiungerebbe Giovanni Arpino -, dell’azzurro celebre della nazionale italiana intendiamo, Giampiero Boniperti rimase sempre fedele a sé stesso, al suo temperamento di piemontese tosto, ai suoi tic e alle sue piccole e grandi scaramanzie, soprattutto alla sua ossessione da successo che l’ha seguito e inseguito fino alla fine. La carriera in Nazionale, da calciatore, esponente di una generazione rimasta all’improvviso vedova del Grande Torino rapito dalla tragedia di Superga, non fu folgorante come tutto il resto. I due mondiali vissuti da protagonista furono scanditi da altrettante delusioni: il primo, nel ’50, in Brasile, mal organizzato per via di quella dissennata decisione di sfuggire al panico del volo attraversando l’oceano in nave per raggiungere la destinazione, si concluse al primo turno; idem il secondo con l’appendice dello spareggio con la Svizzera, perso rovinosamente. Alla fine della storia Boniperti confezionò 38 presenze raccogliendo 8 gol, l’ultimo dei quali firmato in occasione del suo addio alla maglia azzurra, a Napoli contro l’Austria. In quel giorno ci fu il debutto di Giovanni Trapattoni: qualche anno dopo sarebbero diventati una coppia formidabile alla guida della Juve. Non amando rievocare le sconfitte, Boniperti seppe invece puntualmente ricordare ai più distratti quella che considerava la sua medaglia d’oro sul petto: la convocazione, anno 1953, nella formazione del resto del mondo, in amichevole contro l’Inghilterra, considerata all’epoca ancora la maestra del calcio mondiale. Il biondino del calcio italiano si segnalò e fu scoperto dalla stampa inglese per i due spettacolari gol che infiocchettarono l’esibizione (finì 4 a 4).

L’altro Boniperti azzurro rimise piede nel club Italia durante l’estate del ’90, nominato da Antonio Matarrese capo delegazione per il mondiale che avrebbe potuto e dovuto incoronare la macchina organizzativa messa in piedi da Luca di Montezemolo, il manager scelto dall’Avvocato Agnelli per sedersi proprio alla scrivania juventina di Boniperti. Allora, come alla Juve, il Presidente con la maiuscola mantenne le stesse abitudini. Per esempio quella di lasciare di corsa la tribuna all’intervallo delle partite, tra un tempo e l’altro. Gigi Riva e Antonello Valentini, capo ufficio stampa, provarono un paio di volte a dissuaderlo. «Scusatemi ma non ce la faccio proprio» fu la spiegazione rapida e indolore. Allergico alle interviste e ai giornalisti, mantenne un ostinato riserbo anche nelle occasioni pubbliche. In Svizzera, ultima amichevole allestita da Vicini per collaudare i suoi piani, dopo un gol fallito a porta vuota da Schillaci, lo raggiungemmo a due passi dall’auto che doveva riportarlo a Torino e gli chiedemmo un parere. Fu una delle poche eccezioni alla regola della casa. «Sono cose che succedono, 10 volte su 9 fai gol» rispose e quelle cifre capovolte gli consigliarono a evitare altri cedimenti. Non abdicò alla protezione della riservatezza che era un moto dell’anima nemmeno di fronte a un noto inviato del settimanale Europeo che gli preannunciò una visita a Coverciano per una intervista. «Guardi che non parlo» promise Boniperti. E mantenne il punto. L’inviato si presentò nel ritiro azzurro, il capo delegazione lo portò al bar, gli offrì un caffè e lo congedò senza nemmeno una frase memorabile.

Ricomparve Boniperti, in quell’estate delle notti magiche dell’Olimpico vestito di tricolore, dopo la sconfitta in semifinale con l’Argentina. Si presentò a Marino, sede del ritiro della nazionale, per scortare Gianni Agnelli, l’unico dei vip del Belpaese a rendere omaggio comunque a quel gruppo di ragazzi e al suo ct. Per far spiegare il vizietto italiano, mentre Boniperti lo strattonava per portarlo via dalla folla di taccuini e microfoni, l’Avvocato diede una spiegazione delle sue diventata poi un must: «Sono venuto perché in Italia le vittorie hanno molti padri e le sconfitte sono spesso orfane». Da consigliere federale, Boniperti continuò a servire il calcio italiano scegliendo il solito profilo. Ai cronisti in attesa, dinanzi a qualsiasi quesito, rifilava l’identica risposta: «Come va ragazzi? A casa tutto bene?». Diede spettacolo solo una volta, in pieno consiglio, quando uno dei federali né criticò la sagoma appesantita da qualche chilo. Boniperti non ci pensò due volte: si tolse la giacca, scattò sul tavolone e cominciò a fare flessioni. «Quando avrai i miei addominali, ne riparleremo» disse piccato.



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