Putin di nuovo legittimato in un clima da guerra fredda

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Il più grande regalo a Vladimir Putin è stato quel pollice alzato da Joe Biden al termine del loro incontro. Forse il presidente statunitense intendeva semplicemente far capire di aver avuto la meglio. Ma per Putin, come per la maggior parte del pubblico, quel dito alzato significava che l’incontro era andato bene e i due avevano dialogato alla pari. Esattamente quel che Putin desiderava. Esattamente quel che Biden è sembrato disposto a concedergli ancor prima dell’inizio del summit quando ha parlato esplicitamente di «noi due grandi potenze». Venir legittimato dallo stesso presidente che l’aveva chiamato «assassino», senza peraltro farsi impartire una lezione su Navalny o sui diritti umani, era il primo obiettivo soprattutto alla luce di quanto successo nei giorni precedenti quando il presidente americano s’era riconquistato il ruolo di leader del blocco Occidentale e non aveva esitato ad attribuire il ruolo di grande nemico alla Cina di Xi Jinping.

Uno scenario quanto mai favorevole a un Putin che non ha oggi né la forza di contrapporsi alla potenza americana né quella d’imporsi come alleato alla pari di Pechino. Ritornare interlocutore dell’America, conservando il ruolo di avversario, ma lasciando quello di nemico più pericoloso all’inaffidabile Dragone era il suo primo obbiettivo. Ciò che in fondo fa comodo anche a un’amministrazione americana consapevole di come il mondo sia troppo grande per battersi su un doppio fronte.

Ma nella partita ginevrina di Putin c’è anche tanto altro. Trattare alla pari con un Biden nuovo leader dell’Occidente significa, in fondo, riaprire la strada al dialogo con l’Europa ovvero con la parte dell’Occidente più preziosa per Mosca in termini di commerci, rapporti culturali e industriali. Un rapporto senza il quale la Russia si ritroverebbe segregata in un’Oriente per lei storicamente troppo stretto. Rischiando tra l’altro di soffocare tra le braccia di una Cina a cui è ben felice di vendere petrolio e gas, ma di cui storicamente diffida. Molto meglio da questo punto di vista restare il magazzino energetico di un’Europa capace di garantirgli tecnologie ben più sofisticate di quelle cinesi. Senza il rischio, non indifferente, di ritrovarsi ricattato o scaricato. Dunque molto meglio tornare a confrontarsi con il vecchio ma conosciuto diavolo americano. Un nemico con cui, dopo l’incomunicabilità ostile dell’era Obama seguita da quella imprevedibile del quadriennio Trump si può tornare a discutere sulla base delle antiche logiche da guerra fredda. Logiche familiari sia a un ex agente del Kgb come Vladimir, sia a un veterano della politica come il Joe entrato al Senato in quel lontano 1973 quando Kissinger e Nixon discutevano di «distensione» con la mummia Breznev. Non è un caso che il risultato più evidente del summit sia il ritorno alle proprie sedi degli ambasciatori di Mosca e Washington richiamati in patria lo scorso aprile quando un incrocio di sanzioni e accuse personali creò un gelo senza precedenti. Le ambasciate di Mosca e Washington erano gli avamposti del dialogo nella quarantennio dello scontro bipolare. Tornano a esserlo trent’anni dopo la caduta del Muro mentre Russia e Stati Uniti navigano a vista nel caos del mondo multipolare. E non è un caso che gli argomenti più citati da Putin nella conferenza stampa siano il nucleare, la guerra cibernetica, lo scambio di prigionieri. Argomenti su cui è scontato scontrarsi, ma su cui è indispensabile ripristinare le antiche regole del confronto. Proprio come facevano prima di Joe e Vladimir i vari Nixon e Breznev.

Questioni e regole che richiedono – dopo l’accordo di massima raggiunta dai due capi nella vecchia Svizzera – lunghe e minuziose intese diplomatiche per ristabilire quei canali di comunicazione indispensabili perché lo scontro non sconfini mai nell’escalation militare. Un modo come un altro per continuare a scontrarsi e capirsi senza farsi troppo male. Come due buoni e vecchi nemici.



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