Volley, Colaci il “libero” guerriero che non si arrende mai

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Nella pallavolo quello di “libero” è un ruolo davvero “strano”. Già dall’abbigliamento si può notare un indizio preciso della particolarità che caratterizza l’atleta che ricopre tale compito: il giocatore, infatti, indossa una divisa completamente diversa da quella dei compagni di squadra. Ma non è solo l’estetica a rendere il “libero” così speciale. Perché vi sono regole ben precise che il giocatore deve rispettare. Confinato in difesa, non solo gli è vietato il servizio ma non può neanche attaccare. Nello sport dove la schiacciata è il fondamentale che più esalta il pubblico, questa limitazione può apparire quasi come un fardello. Ma c’è chi, per il bene della squadra, questo peso non lo sente. Del resto nel volley non esistono ruoli di secondo piano. Perché se la difesa non funziona, non funziona neanche l’attacco. E il 36enne Massimo Colaci, giocatore della Sir Safety Perugia e punto di riferimento della Nazionale, è uno dei “liberi” più talentuosi che oggi la nostra pallavolo professionistica può esprimere. Un compito di sacrificio il suo. Colaci, infatti, lavora quasi nell’ombra e lascia agli altri la gloria. Grinta e coraggio non mancano a Massimo. Quando bisogna combattere lui c’è. Ultima barriera contro gli attacchi degli avversari. Colaci non si risparmia pur di evitare un punto per gli avversari tanto che non esita a lanciarsi contro i cartelloni per evitare che un pallone tocchi terra. Caparbietà ed orgoglio.

Colaci sta trascorrendo un periodo di relax così da rigenerarsi nel fisico e nella mente prima della chiamata in Nazionale in vista delle Olimpiadi. Nonostante ciò, con grande disponibilità, ha dedicato parte del suo tempo per una amichevole chiacchierata con ilgiornale.it.

Come è nata la tua passione per la pallavolo?

Ho iniziato a giocare grazie a mio padre. Sono nato e cresciuto in una famiglia dove si parlava tantissimo di pallavolo, respiravo volley. Mio padre ha sempre fatto parte di questo mondo. Era un grande appassionato. Ha giocato, è stato un allenatore, un dirigente. Mi portava alle partite della Falchi Ugento, società della mia città, arrivata anche nella massima serie. Le partite erano un avvenimento per un paese di poche migliaia di abitanti. E così la mia passione è divampata.

Anche se sei un professionista ti capita di avere tensione prima di scendere in campo?

Nei giorni precedenti, durante la preparazione, no perché riesco ad essere concentrato sul lavoro che devo svolgere. Prima delle partite importanti sono sempre teso. Una giusta tensione, però. Perché io le partite le vivo. In 26 anni è stato sempre così. È capitato. E ancora oggi capita tutte le volte. Quando scenderò in campo e non avrò più emozioni vuol dire che sarà giunto il tempo di smettere.

Un consiglio per chi vuole giocare a certi livelli a volley

Determinazione. Sicuramente determinazione. Io sono arrivato in A1 perché l’ho voluto fortemente. Non è stato facile. Ho lavorato tanto per migliorare. Da piccolo, quando avevo 10-11 anni, guardavo le partite della Nazionale e dicevo che un giorno sarei arrivato anche io lì. Per raggiungere l’obiettivo è necessario volersi impegnare e lavorare per migliorare ogni giorno. Lavoro, lavoro, lavoro!

Con i compagni di squadra hai un rapporto anche fuori dal campo?

Certo. Siamo in 14 e sicuramente c’è sempre qualcuno con cui condividere interessi comuni e così con loro ci si lega di più. Il legame va oltre la pallavolo. Non solo colleghi. Anche con le famiglie capita. Qualcuno è venuto a trovarmi in Puglia come, solo per citarne alcuni, Bari, Birarelli, Giovi, Anzani, Lanza

Qual è lo schiacciatore che ti ha messo più in difficoltà?

Domanda difficile. Ho avuto la fortuna di incontrare tanti avversari nella mia carriera. Sarebbe facile dire che mi hanno impensierito di più quelli potenti. In realtà i più difficili da affrontare sono quelli che hanno un vasto repertorio di colpi. Sono imprevedibili, per questo è più difficile fermarli. Se proprio devo fare un nome direi il francese Earvin N’Gapeth.

Il ricordo sportivo più bello

Di sicuro le Olimpiadi di Rio del 2016. Eppure ti dirò, la finale (persa con il Brasile, ndr) fu la partita più bella e più brutta allo stesso tempo. Brutta per la sconfitta ma bella perché giocare in quel contesto, in una finale di una Olimpiade, con tantissimi tifosi che ti supportano… Emozioni fortissime. È stata una esperienza indimenticabile. Spero di poter andare a Tokyo per rivivere quelle emozioni.

I valori della vita per te più importanti

Bella domanda. Io sono padre di famiglia. Fuori dal campo io insegno ai miei figli ad essere persone oneste, corrette e sincere. Queste sono le cose importanti della vita, i veri valori. Quando i miei figli cresceranno dovranno essere orgogliosi di quello che hanno fatto. Devono essere altruisti, devono aiutare chi ha bisogno.

Cosa ti piace fare nel tempo libero?

La famiglia è sicuramente al primo posto e passo con i miei cari tutto il tempo che posso. Poi ho la passione per la pesca. Sì, mi piace andare a pescare, adoro trascorre qualche ora da solo in riva al mare, mi rilassa.

La cosa più assurda che un fan ha fatto per te

Eh eh eh (Massimo ride di gusto, ndr), guarda ci sono diversi episodi. Penso ad esempio al ragazzo che ha preso le mie scarpe dopo una finale scudetto. Lui era contento e quando l’ho visto così io sono stato contento per lui. Poi la ragazzina che si è fatta autografare il braccio con un pennarello indelebile. Questi gli episodi che più mi hanno colpito.

Olimpiadi Tokyo in vista: obiettivo minimo?

Io punto sempre in alto. Sempre. Sicuramente l’obiettivo è una medaglia. Ci saranno avversarie temibili, questo è sicuro, ma la nostra squadra ha la potenzialità per riuscire ad arrivare fino in fondo al torneo. Diciamo che punto almeno ad una semifinale.



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