Altro che Superlega: il miglior calcio a ritmo di samba lo gioca l’Atalanta

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“Essere superstiziosi è da ignoranti ma non esserlo porta male”, diceva il grande  Eduardo. E quindi anche Antonio Conte, come tutti i tifosi interisti, incrocia le dita e quant’altro. Anche perchè l’Inter non brilla particolarmente. Procede come un auto che deve arrivare all’autogrill ma  ha la spia della riserva accesa. Così va piano, col gas al minimo. Quanto basta  però per raggiungere l’obiettivo. Con il traguardo sempre più vicino, Conte riesce perfino a sorridere. E dice: “Vincere contro una squadra come il Verona, che non ha nulla da perdere, porta non tre, non sei, ma nove punti. Lo scudetto? Lo vedo al 95%, ma è inevitabile che i miei giocatori sentano la pressione di vincere qualcosa dai importante”.

Insomma, è presto per festeggiare, ma non è presto per dare a Conte quel che gli spetta. Non altri soldi, per carità, perché di quelli ne prende già abbastanza (12 milioni all’anno da arrotondare a 13.5 nel 2022) ma il giusto riconoscimento per quanto finora ha fatto  alla guida dell’Inter, squadra che fino a pochi mesi fa era da tutti considerata “simpaticamente pazza” 

Nel senso che, sempre simpaticamente, l’Inter era capace di qualsiasi impresa imprevedibile: capace di  strapazzare le grandi, ma anche dl farsi beffare a San Siro dall’ultima in classifica. Una sorta di “creatività” alla rovescia, che una volta può far piacere. Ma che se viene ripetuta nel tempo, disturba anche il tifoso più incallito. 

Ebbene, questa Inter, che sta per strappare alla Juventus il  decimo scudetto consecutivo, è invece diventata una specie di assicurazione sulla vita, una garanzia di concretezza, un metronomo inesorabile  applicato a quella strana alchimia spazio-temporale che è il gioco del calcio. All’inizio del campionato, la squadra di Conte realizzava valanghe di gol prendendone non altrettanti, ma quasi. Oggi tutto questo spreco è stato eliminato. Una decrescita felice.   I nerazzurri vincono rigorosamente per uno a zero, non uno di più, non uno di meno. 

 Il capolavoro di Conte è poi un altro: che dopo aver lanciato, sulla panchina bianconera, il dominio della Juventus nel campionato 2011-2012, ora è lui stesso, guidando l’Inter,  a far saltare questa dittatura. Scusate se è poco. Qui  c’è del talento. Poi si possono discutere i suoi metodi, l’applicazione esasperata, quell’ansia nevrotica  del dettaglio che per certi versi lo accomuna ad Arrigo Sacchi, la ferocia agonistica. Anche la mancata risposta al presidente dell’Inter, Zhang, è in linea con questo suo codice di comportamento. Quando  avremo lo scudetto parleremo anche del futuro, dice il tecnico.  Che tradotto vuol dire: se mi date quello che chiedo, cioè nuovi investimenti, più soldi,  più poteri decisionali,  più mezzi per far bene anche in Europa, allora resto. Altrimenti, tanti saluti e amici come prima. 



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