Lazio-tamponi, le motivazioni: “Se Lotito si fosse attivato, niente illeciti”

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Secondo la Corte federale d’appello che inflitto 12 mesi al presidente, la sua “inerzia si concretizzò in due condotte omissive: la mancata segnalazione dei casi di positività e il mancato isolamento dei positivi”. Adesso il club ha 30 giorni per fare ricorso

Sono state pubblicate oggi le motivazioni della sentenza della Corte federale d’appello sul caso Lazio tamponi, che aveva elevato a 12 mesi di inibizione la condanna di Lotito (che ora rischia di decadere da consigliere federale), mantenuto a 12 quella dei medici Pulcini e Rodia e alzato a 200 mila euro l’ammenda al club. In particolare si evidenziano per il presidente biancoceleste “due (non scindibili) condotte omissive: la mancata segnalazione dei casi di positività e il mancato isolamento dei positivi”. Il club ha ora 30 giorni per fare ricorso al Collegio di garanzia presso il Coni.

Le responsabilità dei medici

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Questi alcuni dei passaggi salienti. Si legge: “L’autonomia del diritto sportivo non può certo significare separatezza e, meno che mai, esenzione dai doveri che incombono sui cittadini comuni”. E sui medici: “Appare utile chiarire che sui medici, dottori Rodia e Pulcini, incombeva – proprio in quanto esercenti una professione sanitaria, ancor prima che come componenti dello staff sanitario della SS Lazio spa – l’obbligo di immediata segnalazione alla competente autorità dei casi di sospetto contagio da Covid 19. Certo non potevano sorgere equivoci sulla portata (e sulla vincolatività) delle prescrizioni riguardanti anche gli asintomatici, tenuti a subire un periodo di isolamento. Infatti, solo allo spirare di tale termine e dopo la negatività dell’accertamento finale, essi potevano (e possono) tornare in comunità”.

Le mancanze di Lotito

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Quanto al presidente, nelle motivazioni il giudice Torsello scrive: “Nel caso in esame, resta il fatto che il presidente Lotito (anche per la precedente condanna “patteggiata” della quale subito si dirà) fu certamente consapevole della allarmante situazione verificatasi tra gli atleti della società nella quale egli rivestiva la carica di vertice. Invero, come giustamente rileva l’impugnante Procura, ciò è ampiamente provato dai contatti avuti con il laboratorio di Calenzano e con la Asl di Civitavecchia. Di talché egli certamente non ha potuto non rendersi conto della condotta omissiva tenuta dai dottori Pulcini e Rodia (recidivi anch’essi). E dunque, anche a voler ritenere provato (cosa che non è) che tale delega sia stata conferita e sia stata conferita validamente (cosa di cui esiste prova contraria, per stessa ammissione del Difensore), è evidente che il delegante, in presenza della inerzia dei delegati, avrebbe dovuto imporre agli stessi di effettuare le doverose comunicazioni, ovvero provvedere di persona, sostituendosi ad essi. È inevitabile allora ritenere che, alla originaria culpa in eligendo si aggiunse una successiva culpa in vigilando e, infine, una responsabilità diretta in ragione della perdurante omissione”. E ancora: “In base a quanto si è appena premesso, appare illogica e non consequenziale la distinzione operata dal primo giudice in relazione alla condotta del Lotito. È pacifico infatti che, se il presidente si fosse tempestivamente attivato, gli illeciti (omissivi e di pura condotta) contestati non si sarebbero verificati. In altre parole: l’inerzia del Lotito si concretizzò in due (non scindibili) condotte omissive: la mancata segnalazione dei casi di positività e il mancato isolamento dei positivi”.



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